Accessibilità?

Buonasera,
l’incontro dell’altra sera, 3 gennaio, a Vilminore, ha stimolato in me alcune riflessioni, che vi condivido a cuor leggero. Buona lettura.

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Sono, da anni ormai, un assiduo frequentatore delle Orobie, in tutti i loro angoli, a seconda del momento e dell’ispirazione.
Ma, da amante di queste montagne, frequento, ahimè, sempre meno certe zone, come la valle di Scalve, o l’alta Valseriana. Per scelta e necessità: da quando questo angolo di pace ha iniziato ad accelerare la sua trasformazione verso un parco divertimenti destinato a qualcun altro, divenendo per me, frequentatore abituale, che saliva in valle anche diverse volte a settimana, ormai un posto ostile.

Che io salga in veste di scialpinista o di alpinista o di escursionista, mi sento sempre più respinto, espulso cacciato relegato.
Vi faccio un esempio (ne avevo scritti quattro ma per lungaggine ve li risparmio).

Resto in tema Scalve, già che la serata era da queste parti: pensate alla conca dei Campelli, ridotta a parco giochi esclusivo dei turisti paganti, scaricati con i pullman (non paganti perché tanto tornano giù in paese a parcheggiare), mentre tu se vuoi farti una gitarella pomeridiana vieni inseguito da un poveretto, sottopagato da un’azienda di Lecce, li a congelare in una Yaris che ti chiede il gettone. (anzi adesso peggio, devi pure tornare in paese a fare il gratta e sosta mi dicono!)
Gettone ben più caro per te che vivi in montagna che per chi in città ha stipendi che includono i costi della vita in città. E se vuoi fare una via di misto in montagna partendo presto e i negozi sono chiusi? Multa! Neanche meriti una “soluzione”. E’ questa la ricchezza che porta il turismo?

Ma aspetta, magari parti anche a piedi dal paese, ti sobbarchi i tuoi chilometri sulla strada asfaltata (perché non c’è alternativa tracciata) e riesci a iniziare la tua gita. Arrivi in cima al Gardena e cosa trovi? Che è stata consacrata a paradiso delle motoslitte!! (non paganti, tra l’altro) e se va bene che non ti investono, comunque il pendio che hai guadagnato con ore di salita (già, perché sei partito dal paese!) è tritato dai cingoli! Per non parlare dell’inquinamento acustico: un motore di motoslitta, basta tanto per gonfiare l’ego del superuomo che vi siede sopra, quanto per rovinare la giornata a tutti i presenti nell’intera conca dei Campelli, dal vai piane al bagozza, dal mengol al campioncino, fino magari addirittura a chi arriva, da Lozio o da Schilpario, in vetta al Sunsì (Sossino).

Dove può, quindi, rifugiarsi lo scialpinista, quando ormai si paga il parcheggio anche a Colere?
– A Teveno! -, proveranno a dirvi? Vero, il Barbarossa resta (speriamo ancora per molto!) una gita accessibile, peccato che ci sia neve per partire con gli sci ai piedi forse 10 giorni all’anno, contro i mesi dei campelli. – Allora “Epolo” – , vi risponderanno. – Ok! Una gita! Grazie! –

Relegati in un angolino, dietro la lavagna, per la colpa di essere all’apparenza meno “profittevoli” che il turista pagante!?
Che poi questa convinzione è menzogna. Come è stato ampiamente dimostrato, dai relatori della serata come dalla storia:

il turista mordi e fuggi, non genera ricchezza ma spopolamento, distrugge l’ecosistema ambiente, ma anche e soprattutto l’ecosistema sociale. Non mantiene, non sistema, non si prende cura.

E poi, vi dirò, la birra dopo sciata la bevevo anch’io, specie quando non si pagava il parcheggio.

Ma è un’altra la cosa che più mi ha colpito: il discorso sullo spopolamento, letto in chiave di invecchiamento della popolazione.

Come mai questo problema? E come rendere un posto più “vivibile”? Dove uno desideri vivere?

Io, che per primo mi sono trovato in un paio di momenti della mia vita a considerare seriamente di trasferirmi in val di scalve, ma alla fine ho desistito, proprio per i motivi sopra esposti, mi sono sentito chiamato in causa. Ero una vittima di questo processo! Già, infatti, se vado a vivere in un posto, ci vado per stare in montagna. Quindi esigo, si scusate la forse violenza di questa parola, ma la rivendico, di poter accedere alla montagna. Ecco, quando si parla di servizi spesso si pensa a cose “artificiali”, si pensa alla città e alle sue dinamiche. Qua suggerirei invece un cambio di paradigma.

Per me, come magari per tanti altri, quel che muove e motiva a vivere in montagna non è la possibilità di aver gli stessi servizi della città. No. I servizi “urbani” servono, è indubbio, alcuni sono fondamentali. Però ecco, ci sono “cose” (perchè ai miei occhi sono talmente basilari che chiamarle “servizi” mi sembra un’offesa) che fanno la differenza, la differenza proprio perchè contraddistinguono la montagna nella sua diversità dalla città!

E una di queste credo (e vorrei) sia proprio questa: la possibilità di accedere sempre e liberamente alla montagna. Deve essere una necessità primaria! e invece la si sta calpestando!
Problemi, come il sovraffollamento, che sono causati dalle politiche di “promozione turistica” unidirezionali e monoculturali sarebbero risolvibili alla radice con politiche oculate e le idee chiare su una montagna coma ambiente sociale pensato per le comunità! Valorizzare le montagne significa renderle accessibili, a tutti, sempre! Farle conoscere, diversificare, spaziare, distribuire! Informare e formare, crescere, diffondere!

Solo così chi si potrà “ripopolare” le montagne. E con gente che voglia prendersene cura. che voglia farne la propria casa. e come tale le possa curare e migliorare e crescere.

Scusate la lungaggine, Buone montagne.


da