Riproponiamo con voi i pensieri di Carlotta Cortese, pubblicati sul suo blog l’8 febbraio. Condividiamo il suo punto di vista, più volte ribadito da noi e in molti altri articoli che qui abbiamo riportato: l’essere “rimasti indietro” quanto in altri territori si costruivano impianti e comprensori a destra e manca non è un limite, ma è quello che rende i nostri territori preziosi, da custodire. Perché dal “progresso” che avanza, quello dei “progetti ambiziosi”, che promuove il Lunapark montano quasi come fosse un diritto, che vuole portare la SPA e la sala conferenze a 1800 metri in quota a fianco del sentiero delle orobie, che vuole trasformare la semplicità in lusso, da quel progresso poi non si torna indietro. Per altri, l’ambizione è quella di avere una montagna, tra 100 anni, che sia montagna, non parcogiochi; il progresso è convivere e tutelare con il proprio territorio, non prosciugarlo.
Vi lasciamo allo scritto di Carlotta, e vi consigliamo anche di sbirciare il suo blog. Buona lettura
I modelli a cui ci ispiriamo e le parole che usiamo dicono molto di noi.
Le parole formano un immaginario, un panorama mentale entro cui incasellare quel che vediamo. I modelli e gli immaginari invecchiano e diventano obsoleti mentre la realtà intorno a noi cambia e avanza, inesorabile.
Così mi fa sempre ridere quando di fronte a un paesaggio di montagna da cartolina, la mente cerca il paragone con le Dolomiti.
Un paesaggio dolomitico. Uno scenario dolomitico. In Presolana sembra di stare sulle Dolomiti.
Presolana e Valle del Möschel da Baita Verzuda alta
Sì, la Presolana è come le Dolomiti: ma senza seggiovie.
Senza funivie arroccate sulle vette, senza strade meravigliose intasate di traffico, senza ristoranti stellati a 2000 metri dove mangiare ostriche e astice.
Grazie, va bene anche così.
Dal punto di vista dell’imprenditore vecchio stampo, le Orobie sono un evidente spreco. Su questi pendii solatii vede piste ovunque, il terreno è ideale. Già sento i commenti giù a valle – se l’hanno fatto sulle Dolomiti perché noi no? – e scatta la sindrome dell’escluso, che assieme a quella del messia che salverà la valle – non si capisce da cosa – va per la maggiore.
In questa situazione in cui si è detto veramente di tutto, vorrei ricordare ancora una volta che è possibile aprire gli occhi.
Usare la propria testa invece che affidarsi a frasi fatte basate su argomenti infondati. Informarsi sui dati. Mi rendo conto che è difficile, è uno sforzo notevole a cui non siamo più abituati.
È possibile e necessario pensarci bene, prima di accettare che qualcuno decida di piegare un territorio alla propria visione a senso unico, al proprio privato interesse che di pubblico ha solo i finanziamenti.
Accettare solo perché finalmente qualcuno si accorge di noi, e proprio ora che è arrivato il nostro turno non sta proprio bene dire di no. Una motivazione piuttosto infantile vista l’entità della scelta e le sue conseguenze.
Sarebbe anche utile, in questa situazione di impasse, guardare appena oltre il proprio naso.
Ad esempio ancora a loro, le Dolomiti.
Vi è capitato di passarci, negli ultimi anni? A me è capitato di viverle d’estate e d’inverno, e la sensazione era quella del Titanic, l’ultima baldoria prima di affondare. Un modello di monocultura turistica giunto al capolinea.
Persone ovunque, auto ovunque, moto ovunque, cani e bambini e famiglie appena uscite da decathlon in fila per il luna park. Non solo. Le vie classiche alpinistiche intasate di nuovi fruitori, nuovi appassionati post-covid, clienti con guida, sulle ferrate turisti in ciabatte che vanno incontro al temporale pomeridiano, e le auto in coda fissa da Moena a Canazei tutti i giorni di agosto. Tranquilli, anche se arriva quello con la grana – avallato da sindaci cavernicoli – niente di tutto ciò arriverà fin qui.
Per ora i nostri tentativi di emulare il modello si limitano a vantarsi del traffico domenicale snocciolando numeri da “tutto esaurito” ed elogiando le “code chilometriche” di rientro in città (Eco di BG di lunedì).
Perché in effetti sì, siamo certi che i nostri cari milanesi, dopo una rigenerante giornata sulle striminzite nevi orobiche, se la fanno volentieri la coda verso casa. D’altronde i residenti se la fanno mattina e sera per andare al lavoro, quindi che problema c’è?
Le Orobie sono fortunate, a non essere come le Dolomiti.
Possiamo ancora scegliere quale turista vogliamo, perché possiamo ancora offrire spazi liberi e non intaccati, spazi sempre più rari e dunque sempre più preziosi. Una ricchezza che non è monetizzabile come lo è uno skipass, semplicemente perché va pensata fuori da questo genere di logiche, quelle a cui siamo abituati e soggiogati, che stanno nella nostra testa come schemi mentali immutabili.
Notizia uno, quegli schemi e quei modelli si possono ripensare.
Notizia due, c’è un turista di qualità che cerca una montagna proprio come la nostra. Certo si tratta anche di intercettarlo, attirarlo con una certa offerta rispetto ad un’altra. Con una certa montagna al posto di un’altra. Quel turista non sarà un cliente ma un ospite, cioè qualcuno in grado di apprezzare quello che offriamo e anche di darci qualcosa in cambio.
A quel turista non servirà l’ennesima panchina gigante per aver voglia di visitare un posto. Non avrà bisogno di incentivi ridicoli e pseudo-abbellimenti che ci ostiniamo a voler offrire per paura che la montagna da sola non basti.
Notizia tre, la montagna da sola basta eccome.
E se qualcuno non la apprezza, allora forse non è di quel turista che abbiamo bisogno.
Immagine presa da http://ilventocontro.blogspot.com