
Sabato 4 Luglio abbiamo risalito le piste di Colere, camminando sulle vecchie e sulle nuove cicatrici che l’uomo ha lasciato sulla montagna. In 18 persone abbiamo risalito le piste di Colere, camminando lentamente, per vedere con i nostri occhi cosa significa costruire piste ed impianti di risalita e quali sono le consegueze. Per chi è abituato a immaginarsela d’inverno è un brusco risveglio. Coperta da una coltre di neve le piste appaiono come discese eleganti, in un contesto che all’apparenza sembra naturale; quando poi si toglie quella bianca coperta, maschera per lo più artificiale, allora gli squarci risaltano in tutta la loro prepotenza: doline riempite, pareti demolite, fondo ridotto ad un cumulo di detriti. Bisogna sottolineare che anni fa non c’era la consapevolezza di oggi e, unitamente alle necessità dei territori, sono state fatte determinate scelte per lo sviluppo di queste località. Scelte che però oggi appaiono anacronistiche, sicuramente per il grave cambio di condizioni climatiche, ma anche per il fatto che non tengono conto dell’impatto generato da queste infrastrutture.
Dobbiamo guardare a nuove forme di turismo che puntino più sulla sostanza che sui numeri, che soprattutto sappiano valorizzare il territorio, piuttosto che distruggerlo.

Dobbiamo farlo, perché gli interventi necessari per la costruzione degli impianti di risalita cancellano l’identità di una montagna e la sua autenticità. La conferma è che, all’interno delle piste, il territorio compreso in un confine tracciato dall’uomo, tutto diventa lecito se ritenuto utile: non c’è prescrizione del Parco delle Orobie che tenga, le strade nuove vengono fatte, scavando quei terreni calcarei che non andrebbero toccati, e nessuno, neppure gli enti preposti al controllo, dirà o farà nulla. Ormai quella montagna non è più montagna, è un’attività, una risorsa: devono essere fatte tutte quelle operazioni necessarie a farla funzionare al meglio, in modo redditizio ed efficiente. Così spuntano strade nuove, le piste “misteriosamente” si allargano e si scoprono rifugi per i gatti delle nevi con vista “inspiegabilmente” panoramica.

È proprio in questo luogo che ci fermiamo per ascoltare un opera audio preparata dalla nostra Michela Benaglia all’interno della sua ricerca sulle Alpi Apuane. Indossate le cuffie, ascoltiamo Requiem, un brano composto attraverso rumori e suoni legati alle cave di marmo, allo scoppio delle grandi mine, alla demolizione e distruzione del territorio della Apuane, così da poter “sentire” i suoni della montagna che viene scavata, erosa, consumata. Qualcuno dice “ è come una guerra”, metafora che rimane impressa nei nostri pensieri.

Riprendiamo poi il cammino lungo le nuove strade di servizio per arrivare ad una curva che si affaccia sulla Val Conchetta, con il Pizzo di Petto in bella vista sulla sinistra ed il Mare in burrasca che si estende. Anche qui una pausa di riflessione, tentiamo di immaginare cosa succederebbe a quel territorio se anche lì si portasse avanti il “famigerato” collegamento Sciistico con Lizzola. Un nuovo sfacelo: alle nostre spalle l’esempio concreto di cosa resterà.


La camminata prosegue oltre il rifugio Cima Bianca, verso l’Albani; troviamo uno spicchio di Mare in Burrasca sopravvissuto ai lavori e lì ci fermiamo per una pausa ristoro e per chiacchierare su quanto visto fin’ora: difficile immaginarsi quanto sia pesante la mano dell’uomo, bisogna vedere con i propri occhi!

Tra i tanti argomenti affrontati durante il cammino ci ritroviamo anche a parlare di un tema molto caldo di questi tempi: il lupo. Eh si, perchè durante la risalita, ad altezza Polzone, ci siamo imbattuti in un gregge depredato la notte stessa.

Mentre gli agenti della forestale eseguono i rilievi incontriamo il pastore, silenzioso e visibilmente scosso, intento ad accarezzare il suo cane. Precedentemente sul sentiero avevamo incontrato un altro cane da gregge: immobile, stanco, provato; come ci conferma il pastore era fuggito dall’attacco notturno ed era ancora sotto shock.
La convivenza con il lupo è di certo un dibattito aperto e difficile nelle nostre vall. Senza approfondire, ci limitiamo a porci qualche interrogativo in più su cosa possa davvero significare questa convivenza.
Raggiungiamo il Rifugio Albani per un caffè e un genepì per poi riscendere verso Carbonera. Ormai la parte faticosa è passata, rientriamo in tranquillità fino al parcheggio. Un’ultima chiaccherata, un paio di birre e poi i saluti.
Siamo convinti che, dopo aver visto coi propri occhi ed aver calpestato le cicatrici della montagna, cambi la prospettiva circa l’impatto sul territorio degli impianti di risalita.

La presenza di Angelo, accompagnatore di media montagna e Flavio, geologo, ha certamente arricchito l’esperienza: le loro spiegazioni hanno stuzzicato la curiosità e ci hanno anche dato una maggiore consapevolezza del territorio, della sua storia e dei suoi equilibri. Una modalità di visitare posti nuovi più lenta e più profonda, vera alternativa al classico “turismo” fine a sè stesso.



